Rockerilla (n.382, giugno 2012)

di Mirco Salvadori

Iniziamo subito con gli effetti speciali: come ha fatto un, seppur bravissimo, musicista italiano ma ancora non conosciutissimo, ad approdare in terra d’Albione e crearsi un entourage di tal portata?

È stato un procedimento fatto di piccole coincidenze e cose giuste al momento giusto: prima sono venuti i contatti con gente come Louise Rutkowski (This Mortal Coil ndr), Ian Masters (Pale Saints nda), Pieter Nooten (Xymox, Michael Brook nda) e Hans-Joachim Roedelius (con cui ho fatto un brano non finito nel disco, per ovvie ragioni di omogeneità nella track-list) tramite Facebook e tramite gli indirizzi email presenti nei loro siti mi sono umilmente presentato con esempi musicali alla mano ed ho in primis avuto il piacere di “conoscere” gente di cui compravo i dischi, poi le collaborazioni sono nate spontaneamente. Di base c’è una bella amicizia, lo dimostra il fatto che Ian Masters è venuto a Cagliari per la sua luna di miele ed è stato divertente portarlo a visitare alcune località della mia terra, vederlo poi a pranzo a casa mentre entusiasta mangiava i piatti preparati da mia madre non ha davvero avuto prezzo! Di Louise Rutkowski ho invece curato la realizzazione del video di Mimi e sto per girarne un secondo a giorni.

Into the Northsea è il titolo dell’album: come è nato e che tipo di esperienze sonore racchiude?

Il nome del mio progetto prima era “Northsea”, ma un giorno Teho Teardo mi ha mandato un messaggio su FB, facendomi notare che esistevano altri progetti con quel nome. Non solo, esiste anche una label di death-metal sempre con lo stesso moniker. Detto questo, grazie alla pazienza di Teho e dopo varie mail e tentativi sono arrivato al nome Waves On Canvas. Into the Northsea è quindi il mio tributo e saluto a quel nome, nonché una frase che ben rappresenta la mia fascinazione verso il mondo dell’acqua, elemento che mi circonda da quando sono nato, dal momento che abito in Sardegna. Il disco è nato dall’idea di descrivere un viaggio attraverso ciò che per me è la musica, almeno nell’atto creativo; nelle sue forme e declinazioni, siano esse pianistiche o votate all’ambient o addirittura all’idm. I brani sono uniti tra loro dal suono delle onde, quasi fosse un navigare continuamente da un mare all’altro, ognuno con un colore proprio.

Esci con la piccola label inglese Psychonavigation, come mai?

La label si è subito mostrata interessata al mio lavoro sin dai primi provini, il ragazzo che gestisce il tutto è una persona molto friendly, questo è stato per me una buona ragione per firmare un contratto almeno per questo cd. L’etichetta è poi comunque distribuita in America dalla Darla (e nel resto del mondo da altri distributori), dove c’è particolare attenzione per il tipo di cose che realizzo; lo hanno dimostrato le buone vendite del mio singolo in vinile Angel (cantato da Louise Rutkowski e contenuto anche nel cd), cosa non male per un artista sconosciuto come me e visti i sempre meno rosei dati di vendita della musica su supporto. La cosa paradossale è che l’etichetta non è mai riuscita negli anni a trovare un distributore in Italia dove o hai l’animo rock o sei difficilmente smerciabile: non dimenticherò mai le parole di un famoso distributore italiano che relativamente al mio singolo mi diceva che il vinile non si vende più. Peccato che il singolo sia oramai sold out.

Stefano Guzzetti aka Waves On Canvas è un musicista che definirei eclettico, con una padronanza incredibile del mezzo ed un orecchio altrettanto micidiale nel saper comporre il suono e nel rimescolarlo. Come ti definiresti: un classico prestato all’elettronica o un sapiente alchimista che sa trarre il meglio dalle due anime che continuamente si scambiano i ruoli nella costruzione musicale?

Mi sono avvicinato alla musica da bambino grazie alle opere di J.S.Bach; scoprire quel mondo mi fece subito decidere di prendere lezioni di organo e la teoria musicale non mi è quindi sconosciuta. Poi per fortuna all’età di 12 anni mi fu regalato un computer MSX piuttosto che il diffusissimo Commodore 64; di questo devo essere eternamente grato a mio padre perché anziché comprare cassette di giochi in edicola, iniziai a programmare il mio fido home computer spinto dalla curiosità di fargli emettere suoni e rumori. Questo è stato il mio incontro con la musica elettronica, con la consapevolezza che un suono può anche essere programmato e gestito con precisione. Negli anni a venire ho sempre più fortificato in me la convinzione che non esiste un buon musicista, qualsiasi forma egli segua, senza una formazione più o meno classica. Esistono persone che mescolano bene i generi e i colori, ma lo studio fornisce la consapevolezza che solo l’intuito non potrà mai dare. L’artista che trascende la teoria è un mito romantico e tipico dell’immaginario adolescenziale, un personaggio assoluto che in realtà praticamente non esiste. Quando si decide di fare le cose seriamente, allora bisogna studiare: è un passo obbligato. Poi la si può finire a fare l’avanguardia meno fruibile del mondo, ma se hai studiato comunque si sente. Ti rispondo quindi così: mi definisco un musicista elettronico con una (ovvia) formazione classica.

A proposito di remix: so che ne annoveri un bel numero e che altri ne usciranno a breve. Parlami un po’ della tua esperienza con la musica contemporanea e del tuo apparire a fianco di personaggi quali DJ Spooky o Tim Exile.

Ti riferisci al remix che uscirà nel nuovo cd di Gabriel Prokofiev a breve: tutto è nato dai miei contatti con Peter Gregson, violoncellista inglese che ho conosciuto grazie a un dieci pollici uscito per lo scorso Mute Festival con due composizioni esplicitamente scritte per lui da Johann Johannsson e Max Richter. Sono quindi venuto a conoscenza della preparazione del disco di Prokofiev e ho mandato un mio remix che è piaciuto. È stata poi per me una sorpresa vedere gli altri nomi che mi accompagnano nella release. Ascolto parecchia musica contemporanea, dai nomi più noti (Ligeti, Xenakis, Stockhausen, Berio…) a quelli da noi meno conosciuti (Claude Vivier in primis) e apprezzo tantissimo la politica della Nonclassical di Prokofiev, il cui intento è appunto far entrare la musica contemporanea in circoli non tipicamente propri, commistionandola anche con eventi come dj-set ecc. Caro poi produrre remix di tanto in tanto: è un modo, per me, di dare a un pezzo un significato diverso, semplicemente colorandolo con i miei colori.

Onde: onde compongono il tuo moniker, il loro suono accompagna Into the Northsea, onde lambiscono continuamente la splendida terra nella quale vivi, le onde sono da sempre presenti nel tuo interpretare il suono, svelaci dove ti porteranno nel futuro prossimo.

Le onde sono per me un sinonimo di vita: siano perfette o irregolari, partono da uno stato di zero e finiscono alla stessa maniera, per poi iniziare ancora. Veniamo al mondo dal silenzio, e ce ne andiamo verso il silenzio, in un ciclo continuo di vita. L’onda è il pattern più diffuso che abbiamo a portata di mano (i suoni sono onde, i colori, la luce, altrettante onde e frequenze) e che continuamente ci ricorda che siamo parte di un costante e instancabile divenire. Alcuni lo chiamano tempo, altri lo chiamano a modo proprio. In tutto questo “fluttuare” posso dirti che sto preparando un lavoro insieme all’artista Marc Atkins (David Lynch, Vaughan Oliver) e sto organizzando una serie di date in giro per l’Europa con Pieter Nooten in tarda estate.